Anarchia, Vol.1: introduzione

Se ho deciso di scrivere una rubrica che analizzi da cima a fondo il concetto di Anarchia è principalmente per due motivi: il primo è perchè credo che sotto centinaia di stratificazioni di bile nera, confusione e corruzione dell’animo ci sia una legge morale oggettiva direttamente collegata al cuore degli uomini, il secondo è perchè più mi interessavo all’anarchia stessa e più provavo pena per questa povera parola così fraintesa, tanto che oggi nell’immaginario di tutti rappresenta esattamente il contrario di ciò che realmente significa.

Provate a parlare con un adamo o con un eva qualunque sul ciglio dello strada e chiedergli cosa significa per lui anarchia, se il soggetto non è completamente sprovveduto vi dirà che significa l’assenza di ordine, di controllo… il delirio… una babele… l’apocalisse! E così via.

In realtà anarchia deriva dal greco e significa assenza di governo, di autorità. E ciò è ben diverso. Con Anarchia si intende una struttura organizzativa della società che al pari degli altri metodi mira alla pace sociale e al benessere di tutti, con l’unica differenza che allo studio del buon governo fa fede sullo studio del buon non-governo. 

La comprensione di quest’ultima frase è in linea definitiva il vero obiettivo di questa rubrica. Rendersi conto che l’uomo non ha bisogno di essere governato da entità astratte (leggi), giudicato da funzionari in alta uniforme (magistrati) ed educato al gentil vivere da pattuglie di vigilanza (poliziotti), insomma non  ha bisogno dello Stato, poiché da sempre le comunità umane sono abituate ad auto-gestirsi. Si badi, l’anarchismo non è la visione, basata su congetture, di una società del futuro, ma la descrizione di un modo umano di organizzarsi radicato nell’esperienza della vita quotidiana, che funziona a fianco delle spiccate tendenze autoritarie della nostra società e nonostante quelle. 

In definitiva una società anarchica esiste già, benchè sia coperta dal peso dello Stato e delle burocrazie, del capitalismo e dei suoi sprechi, dei privilegi e delle ingiustizie, delle superstizioni, delle separazioni e della paura. Anche se non è solo questione di questo: la colpa non è solo dei governi, ma anche dell’acquiescenza dei governati. La gente accetta passivamente perché crede negli stessi valori dei loro governanti. Sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere. Peccato che si creda a tutto, meno che in se stessi, e nella propria capacità di risolvere le questioni. Parlare di anarchia significa anche e soprattutto parlare di responsabilità, di riportare i problemi comuni a noi stessi invece che ad entità astratte, di tornare a fare invece di lamentarsi per “quelli che non hanno fatto, non hanno mantenuto le promesse”. 

Ora se ho generato ghigni di diffidenza sul vostro volto durante la lettura ne sono felice, non mi aspetto altro in questa fase, non fatevi crucci nel pensare che sia un cantastorie e che l’anarchia sia una favola. Ancora più soddisfacente sarà per me squarciare i veli da davanti i vostri occhi capitolo dopo capitolo quando entreremo sempre più nel pratico della teoria anarchica.

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