CAPITALISMO EMOTIVO

per smantellare il sistema, devi guardarti dentro

L’altro giorno -quando?, non ricordo precisamente: un giorno precedente a questo, non tanto, solo un poco… quindi diciamo- qualche giorno fa, mentre ero nel letto ho pensato:

“siamo una società formale e astratta”
e nel pensare queste parole, mi sono scosso e ho deciso di pronunciarle:
“siamo una società formale e astratta”
e nel pronunciarle, ho sentito che c’era qualcosa di molto provocatorio.
Così ho scavato in quelle parole ed è venuto fuori che è molto provocatorio definire una società come la nostra, materialista e positivista, come formale e astratta.
Cosa diavolo volevo dire a me stesso? Cosa quelle parole sbucate da un flusso di pensieri continuo volevano dirmi?

La nostra società è formale perché tutto ciò che si fa, si dice e si produce è teso all’esterno: affinché non urti con l’esterno, sia compatibile con esso, a nessuno viene in mente di parlare di disgregazione, di allontanamento… tutto quanto si pensa deve essere cortesemente conforme a una nube di concetti, sensazioni e sentimenti comuni, ma assolutamente poco reali. Formale perché nessuno tiene a sé stesso in quanto sé stesso, ma in quanto avente un ruolo/condizione soddisfacente all’interno del sociale.

Astratta perché, nel vano tentativo di ricondurre tutto alla religione economica dell’aumento di valore, del progresso, dell’agio, del comfort, del benessere come naturale soluzione a tutte le sofferenze dell’umanità, perde in realtà completamente il senso della realtà.

In sostanza, a furia di guardare ciò che sta al di fuori come assolutamente reale, abbiamo scordato il “di dentro” ed è venuto fuori che quello è molto più vero di quello che si poteva pensare. A furia di guardarci come un collettivo, ci siamo dimenticati di essere soprattutto un’unità.

Così, mentre approfondivo questo mio primo ragionamento, sono incappato in alcune cose molte interessanti, come il concetto di Capitalismo Emotivo della sociologa Eva Illouz, che in sostanza può essere riassunto a questo modo:

(anche si vi consiglio di leggere “Intimità Fredde” che è il libro in cui espone la sua teoria, costa solo 50€, volendo facciamo colletta…)

La sfera economica e quella emozionale si influenzano a vicenda e nella nostra era la seconda è succube della prima. Il risultato è appunto la tendenza a fare in modo che il bisogno di essere apprezzati, riconosciuti dagli altri e di avere un ruolo definito in società diventino gli unici scopi della vita, per i quali siamo disposti a distaccarci dalle nostre emozioni reali. Ciò deriva dal fatto che col capitalismo le emozioni diventano merce per generare profitto, cioè vengono strumentalizzate, portandoci nel corso del tempo a viverle più come un fatto sociale e collettivo, piuttosto che individuale. In virtù di questo ci conformiamo, o meglio ci sforziamo a provare determinate emozioni e sentimenti, che si conformano ad un sentire comune e socialmente codificato.

Insomma confondiamo il sistema con noi stessi, dimenticandoci di quanto esso sia non vero, ma unicamente formale e astratto, allontanandoci dalla nostra vera identità, e iniziando a identificarci con le nostre emozioni falsate, quelle del personaggio che stiamo interpretando.

Tale riflessione, comporta logicamente tutta una serie di altre considerazioni che analizzeremo in dei prossimi articoli, tuttavia penso che quanto detto finora sia sufficiente per far germogliare il seme della riflessione.

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