Come Marracash ci racconta

È mezzanotte e zero uno del 19 novembre.

Io ed i miei vicini di casa abbiamo appurato, il giorno prima, che ‘Persona’, fino a quel momento l’ultima opera edita di Marracash, durasse esattamente 59 minuti.

Ci eravamo ripromessi di godercelo per un ultima volta come appunto ultima opera edita di Marracash, negli ultimi 59 minuti della giornata, prima di avere a disposizione ‘Noi, Loro, Gli Altri’, il nuovo disco annunciato del rapper di Barona, che sarebbe uscito all’una del 19 novembre.

Ascoltare ‘Persona’ è sempre un mix di emozioni: si assiste ad un estenuante incontro di box tra Marracash e sé stesso in cui l’autore, in un modo o nell’altro, riesce a mettere a sedere tutti i demoni che prima di quest’incontro l’avevano martoriato.

Con questo disco, così come con la maggior parte dei dischi di Marra, ho un rapporto abbastanza personale.

CrudeliaAppartengoQualcosa In Cui Credere, sono tutti pezzi che mi hanno toccato e inspiegabilmente fatto sentire messo a nudo, come se uno sconosciuto potesse raccontare qualcosa di me che nemmeno io sono capace di mettere così tanto a fuoco.

Finisco l’ultimo ascolto di ‘Persona’ 

inizio ad aver un po’ paura di non poter provare le stesse sensazioni.

Insomma, chi me lo dice che Marra non si è rotto il cazzo di raccontarmi?

Chi me lo dice che il disco possa non piacermi?

Metà delle cose che prima mi piacevano ora non mi piacciono più, il rischio è tangibile.

E poi ‘Persona’ è già difficile da avvicinare, figuriamoci da superare.

Poi, però, metto in play il nuovo album e tutto torna al proprio posto.

Ci sono due pezzi in particolare che mi hanno turbato, forse tre.

C’è ∞ Love con Guè, una presa bene clamorosa; c’è Crazy Love che spiega un po’ a tutti che le relazioni non finiscono necessariamente come con la tanta odiata Crudelia; Nemesi che riprende in molti punti qualcosa da Bravi A Cadere, in cui però, Marra ha in più quella consapevolezza necessaria per vincere anche sé stesso – “Uno di noi è di troppo, come un sogno in un sogno”.

Ci sono ottimi banger come Cosplayer e clamorosi campionamenti come Pagliaccio (“I Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo) e Cliffhanger (“Aida” di Giuseppe Verdi).

In un modo o nell’altro lo standard qualitativo è stato rispettato.

Fino a qui tutto bene, come direbbe qualcuno.

Poi però arrivano ‘Io’ e ‘Dubbi’.

Io’ è uno degli elementi più pop dell’intero album: riprende trasversalmente dei traumi che hanno accomunato gran parte della mia generazione, soprattutto nell’ultimo anno, in una sorta di psicodramma collettivo.

Non so voi, ma tra l’approccio ad una vita nuova, al nuovo ambiente universitario, all’allontanarsi dagli affetti, al cambiamento della mia quotidianità, avevo così tante cose su cui canalizzare la mia attenzione che ho perso di vista il focus più importante: me stesso.

Avevo perso la contezza di me stesso, di cosa stessi facendo, di chi fossi, di chi stessi diventando e di chi volessi diventare.

Io che non sono più io

Il contesto storico che stiamo attraversando ha minato le certezze un po’ di tutti, ci ha resi più vulnerabili, o quantomeno ha velocizzato quel processo che ci avrebbe portato a capire che siamo tutto tranne che indistruttibili.

La verità non semplifica, la verità non si esplicita

Perché ci vuole coraggio per dire <<Sono un codardo>>

È proprio il palesarsi dell’impossibilità di essere indistruttibili che ci ha messo tutti in crisi perché, se la verità si presenta in modo dirompente, è tutt’altro che chiarificatrice.

Allora iniziamo ad avere paura di questa verità, non sappiamo più su quali vetri arrampicarci e tutto ciò che ci rende forti ci si sgretola in mano.

Il risultato di questa equazione non può essere che la perdita di sé stessi, non può essere che il non riconoscersi.

Quante volte vi siete guardati allo specchio senza capire chi c’è dall’altra parte?

Quante volte avete fatto del vostro ego la più soddisfacente delle droghe?

Ve lo dico io, innumerevoli.

Solo che poi vi siete resi conto di quanto inconsistente quest’ultimo fosse e vi siete sentiti ancora più vuoti.

E una soluzione a questo grande paradosso voi non l’avete – e io non la ho- mai trovata, e avete ben deciso di continuare ad oscillare tra il paventare un ipotetico stare bene e il non accettare di stare male – “Io tutto, io niente, io stasera, io sempre”.

La seconda strofa racconta una sorta di perdita di romanticismo rispetto agli obbiettivi che vogliamo raggiungere – “Soffocati gli idealismi” -, figlia di quell’accelerazione che ci ha tolto genuinità – o ingenuità? -, che ci ha reso un po’ più crudi e un po’ meno sognatori.

Marra, in questo pezzo, non si limita a constatare l’allontanamento da sé stesso, che di per sé è un enorme passo.

Probabilmente, il suo intento più sotteso è ricercare quell’Io che sente tanto lontano, quell’Io più irrazionale, più verace.

Bene. 

Pensavo che gli attentati al mio benessere psicologico fossero finiti.

Ma ‘Dubbi’ era giusto dietro l’angolo.

Partiamo da un elementare presupposto.

Farsi venire un dubbio è la scelta più coraggiosa che si possa intraprendere per favorire la migliore evoluzione di sé stessi.

E i dubbi di Fabio Bartolo Rizzo sono gli stessi dubbi sui quali ognuno di noi dovrebbe interrogarsi.

Ogni dubbio di Marra è accompagnato da un giudizio di una sorta di voce fuori campo, che va a rappresentare la paranoia che nasce e cresce, come un tumore, attaccata al dubbio stesso.

Non temo la morte, ma ho paura di non vivere

(Di non vivere? Come i tuoi? Pensi questo?)

(Di stare vivendo adesso, che hai successo?)

Marra racconta la propria paura di non essere all’interno della vita come vorrebbe, di poter morire senza vivere come vorrebbe.

Fa da contraltare la paranoia di non essere riuscito ad emanciparsi da quella vita di povertà che è sempre stata croce e delizia della penna del rapper milanese (per approfondire: https://parolaperta.wordpress.com/2021/05/07/dove-ho-lasciato-il-cuore/).

Continua poi affrontando questo primo dubbio:

Ho giocato le mie carte

La lotta per la vita è crudele ma affascinante,

Ne ho fatto un’arte, ne ho fatto parte

Ha la lucidità di ammettere a sé stesso di non essersi mai risparmiato, di aver imparato ad affrontare le difficoltà, di aver vissuto molto di più di quanto gli fosse stato richiesto.

Il ritornello è scandito, secco, non ci sono più di cinque parole.

Ma credetemi, al primo ascolto, divano, sigaretta e petto sfondato, ne sono rimasto completamente inghiottito.

Dubbi. Dubbi. Dubbi. Martellanti Dubbi.

La seconda strofa tocca due argomenti.

Prima l’amore, sia in termini personali che nei termini di una famiglia ancora da costruire.

L’amore? L’amore di cui parla

Cioè stringere una cosa forte fino a soffocarla?

Un gioco in cui mi faccio male o faccio male a un’altra

Ho quarant’anni e mai visto un amore che rimanga

Un amore materno, viscoso, non mi serve, non lo voglio

Per me è solo un modo per nascondersi dal mondo

(Tuo fratello ha due bambini splendidi, non li avrai mai)

(Nessuno ti aspetta o si fotte di come stai)

Marra annienta la concezione plastica e demagogica dell’amore.

Ne rende plateale la logica, con una semplice domanda, alla seconda barra, svela il vaso di pandora.

È un gioco in cui ci si fa male un po’ per uno, e poi di questo male e del bene che è scaturito dal male stesso, non resta niente.

Niente che vada al di fuori della sfera del singolo, ma nel concreto, qual è il vero lascito dell’amore dell’oggi?

Quante volte resta qualcosa che sia degno di questa vita?

Continua con “Per me è solo un modo per nascondersi dal mondo” ed è evidente: quanti di noi cercano una relazione per colmare un bisogno di affetto? Quanti altri per condividere il proprio dolore? O ancora, anzi, peggio ancora, quanti cercano l’amore per mero status sociale?

E se per noi le motivazioni sono queste, per Marra sono le aspettative, dirette o indirette sull’avere una famiglia.

Quantomeno lui ha la lucidità di ammetterlo.

Finisce poi ad avere dubbi sul prodotto che vende, sulla sua stessa musica, sulla possibilità che, quanto ottenuto non sia ciò che effettivamente desiderasse.

Il flusso di coscienza diventa più fitto.

Forse fare musica è l’unica soluzione

Forse non c’è buca che racchiuda il tuo dolore

Forse non c’è fuga che conduca all’evasione

Forse stavo bene tra i perdenti e gli idealisti

Forse la salute mentale è roba da ricchi

Forse per andare avanti non devi ascoltarti

Come fanno gli altri? Li vedo così convinti.

Vi dicevo prima: psicodramma collettivo.

Magari lo scatenasse anche questo brano.

Marra prima si convince che fare musica, ossia fare qualcosa che gli appartiene, sia l’unica soluzione.

Poi si chiede se il suo dolore riuscirà ad occupare lo spazio di una bara, alludendo al fatto che nemmeno esalare l’ultimo respiro riuscirebbe a dare pace a tutto il male che lo attanaglia.

Riflette sul fatto che fuggire non significhi quasi mai evadere, piuttosto potrebbe diventare un sinonimo di prigionia.

Poi pensa che stava meglio quando era un ragazzo da casa di ringhiera, perdente ma idealista, fervente sostenitore della vita.

Si rassegna all’evidenza che la sanità mentale è un qualcosa di profondamente elitario e che l’unico modo per affievolire il dolore sia smettere di ascoltare sé stessi.

Si chiede, infine, come facciano gli altri, sempre così convinti delle scelte che fanno, delle strade che percorrono, dei pensieri che fanno.

Credo ci sia ben poco da aggiungere.

Il contenuto di questa traccia non è poi troppo lontano da quello della serie Netflix “Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare.

Quest’ultima, infatti, parla di come spesso ci troviamo ingarbugliati in certe dinamiche; di come diventi più facile procrastinare nel prendere una scelta piuttosto che assumersi la responsabilità di un rischio; di come la paranoia sia una zanzara particolarmente fastidiosa e di come noi quel benedetto armadillo che pensa solo al nostro bene non lo sappiamo proprio ascoltare.

Poi finisce che quei bordi prima volevamo strapparli in un certo modo, ma lungo andare ci siamo dimenticati in che modo farlo , oppure altre volte seguiamo così fedelmente quella strada tratteggiata che c’eravamo prefissati all’inizio che alla fine il risultato finale non ha niente a che fare con le persone che siamo diventati.

È che siamo paranoici, figli di un tempo che non ci aspetta troppo legati ai nostri padri.

Ben vengano i dubbi, ben venga l’ascoltarsi e ben venga la paura.

Ma solo se diventano propedeutici all’imparare a raccontarci.

Senza fretta.

Per adesso, c’è Marracash.

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