Divertiti e chiama tua madre

La retorica del ragazzo del sud che va via di casa per cercare fortuna la conosciamo tutti.

Se è chiara a tutti la definizione di “American Dream”, sarà altrettanto semplice capire il Dream che coinvolge la stragrande maggioranza dei ragazzi fuori sede, che vede nella Milano, nella Roma o nella Torino di turno l’unica grande opportunità che la vita possa offrigli.

Non sarò io a dirvi se in questo tipo di scelta risieda più un’illusione rispetto ad una speranza concreta, perché le verità sono molteplici e l’una ha lo stesso valore dell’altra.

Ma se devo riflettere su quella che è la mia, di verità, il risultato è molto semplice:

Io, da giù, ci sono scappato.

Non per odio, tantomeno per paura.

L’ambizione, le opportunità, probabilmente sono state solo un pretesto.

Ci sono scappato perché, di giù, ne ero veramente saturo.

Conosci a memoria le strade // il sole, la pioggia, il mare, le fidanzate” dice Mecna, all’inizio della prima strofa di “Sul serio”, un brano dove viene sviscerato il bisogno di cambiare aria, del cercare la propria via altrove.

È proprio quel conoscere tutto e nel dettaglio, quella monotonia sociale e sociologica che si instaura così radicalmente in tutti i contesti immaginabili, che mi è sempre stato stretto.

Sarebbe ipocrita da parte mia negare che non fossi il primo ad asservire queste logiche.

Il problema è quindi questo asservimento, che non ha fatto altro che creare una sorta di rapporto odio-amore tra me e casa mia.

Quindi io, come molti altri, sono scappato, perché conscio che mai sarei riuscito a diventare qualcosa di diverso da me stesso se fossi rimasto giù.

Continua Mecna, descrivendo quello che probabilmente è stato il momento in cui si è reso conto di dover andare via di casa.

Quando la notte cade, troppo presto e sembra non passare,

sempre la stessa metro, sta per ripassare

sempre lo stesso palco per suonare

per questo parto, e non so quando tornare

Il rapper foggiano riflette sulla monotonia della sua dimensione domestica, che inevitabilmente si riflette sia sulla sua vita quotidiana che su quella artistica – “sempre lo stesso palco per suonare”.

Così capisce quanto sia necessario andar via, sia per inseguire sogni e successo, che più banalmente sé stesso.

Nella strofa possiamo trovare quella che è una delle caratteristiche tecniche distintive di Mecna, la descrizione attraverso le immagini:

Chi se n’è andato e chi rimane, chi dice “Torno”

Ma ha solo il viaggio per andare

Chi dice “Parto” ma poi lo becchi giù a Natale

Abbiamo incontrato tutti, almeno una volta, entrambi gli archetipi di questi personaggi:

quell’amico con cui vi siete promessi di non perdervi, perché lui in primis vi aveva promesso “tranquillo tanto giù ci torno sempre” e invece non lo vedi dal 2018.

O quello che invece è partito tutto convinto, e aveva promesso, in primis a sé stesso, che “giù non ci torno nemmeno per sbaglio” e invece alla prima occasione buona prende un aereo e torna a casa, non importa se il pretesto è una sagra, un matrimonio o un funerale.

Questo passo è molto importante, perché Mecna non chiarisce dove si colloca.

Questo dubbio è presente in tutto il brano, la scrittura del rapper illude chi l’ascolta di aver inquadrato il concetto ma in realtà è più mistificante di quanto si possa pensare.

Vengono poi descritti i motivi sostanziali per i quali il rapper ha deciso di allontanarsi dalla sua Foggia, come la voglia di riscatto e di consacrazione in relazione a quella passione in cui si cimenta da “quando ero un ragazzo e avevo contro tutti gli altri // da quando ho preso in mano un foglio”, non di meno la purezza delle intenzioni riposte nella propria arte – “Mi sono detto voglio  // sognare il mondo e farlo sognare agli altri.”.

Segue poi quella che è probabilmente la scena migliore del brano intero:

Cerchi gli sguardi di chi vorresti

E abbracci tuo padre e tua madre ed esci

Tua madre è dei pesci e non ti lascerebbe andare

Tuo padre dice “Divertiti e chiama tua madre”.

Credo che l’immagine sia molto chiara: siete sulla porta di casa, cercate negli occhi dei vostri genitori le risposte alle stesse domande che vi stanno “costringendo” a partire.

La sensibilità della madre è ben rappresentata dal segno zodiacale dei pesci, non lascerebbe mai andar via suo figlio ma non ha il coraggio per chiedergli di restare.

Il padre invece, più equilibrato -ma non per questo meno emotivo- gli augura banalmente di divertirsi e di ricordarsi di chiamare la madre.

Ritorna sempre questa ambivalenza rispetto alla partenza, la figura materna probabilmente rappresenta la paura di abbandonare un luogo, fisico e metaforico, di cui si è sempre stati innamorati, mentre la figura paterna rappresenta sicuramente una presa di coscienza rispetto al tema, ma anche un alleggerimento dello stesso: divertiti, fai le tue esperienze, cresci, vivi, ma non dimenticare mai da dove vieni.

La strofa si chiude quindi con la partenza e la consapevolezza di tutte le conseguenze che la riguardano: fare chilometri nel buio, quindi nell’incoscienza del futuro prossimo, affiancata alla sicurezza che, a prescindere da tutto ciò che la vita avrà in serbo, niente sarà casuale e tutto sarà propedeutico al raggiungimento dell’obbiettivo.

Il ritornello torna sempre a giocare sul paradosso dei sentimenti scaturiti dalla partenza:

E sì, volevo scappare pur io, ma non so mai come dare l’addio

È dura abbandonare, se non ci si può amare sul serio,

E sì, volevo giocare pur io, ma non so mai come dare l’addio

E sto per ritornare, qui non ci si può amare, sul serio

Mecna sa di voler scappare, ma non sa abbandonare davvero casa sua.

Non si capisce quale sia il “qui” al quale si riferisce, non si capisce dove voglia ritornare, a stento cosa voglia abbandonare, è diviso tra due poli.

La risposta al marasma di incertezze proposto da Mecna risiede in un terzo polo, fornito da Mezzosangue nella seconda strofa del brano.

Scappare, sì, ma dove?

È come cambiare cella

Non cambia il fatto che sei in prigione

Certe sbarre sono in testa

Tutto ciò che ci opprime e ci tiene incatenati a qualcosa non è fisico, è semplicemente nella nostra testa.

Solo la nostra lucidità nel capire di esserne succubi può concretamente permetterci di liberarcene.

Andare via da casa, pretendere di – e avere un pretesto per – crescere, non sono la soluzione alle nostre catene interiori.

È anzi, molto più probabile, che il peso di quest’ultime si faccia sempre più netto se non le affrontiamo come meritano.

Mezzo si concentra anche sull’importanza dei “vorrei”, delle ambizioni e dei sogni di ognuno di noi, che sono probabilmente l’unico carburante della nostra vita.

Si concentra anche su quanto non sia importante che certi obbiettivi vengano rincorsi spasmodicamente, quanto invece vadano perseguiti con costanza– “Non conta quanto corri // conta se stai andando avanti”.

È come se nell’intera strofa il rapper romano voglia velatamente soffermarsi su quanto il suo più grande limite sia sempre stato sé stesso.

Nella parte finale della strofa, le parole dedicate a quella che è probabilmente la donna amata e che sembra in procinto di partire, questo concetto diventa evidente:

Voglio solo una promessa,

Promettimi che tu sarai migliore,

Migliore di te stessa, di tutta questa gente,

Promettimi che quale sia il tuo viaggio ci sia amore,

Te lo dice chi l’amore se l’è perso, sempre

Penso sia una delle dichiarazioni d’amore più belle del rap italiano.

Mezzo chiede solo una promessa, le chiede di amarsi.

Di amarsi in tutto quello che fa e di amare tutto quello che fa.

Di credere in sé stessa, di non scendere a compromessi con nessuno, di non abbassarsi ai livelli di nessuno.

Le chiede di promettergli amore perché lui invece si è amato poco.

Questo amarsi poco ha appesantito il macigno emotivo che il rapper deve sostenere, e non vuole che accada lo stesso alla donna che ama.

Credo che in generale bisogni amare le proprie intenzioni, il lanciarsi nel buio.

Nella partenza risiede molto coraggio, non meno di quanto ne risieda nel restare.

Vi dicevo prima che da giù sono scappato perché saturo, ma sarebbe ipocrita negarvi che nel mio scappare ho volontariamente deciso di lasciare giù una parte importante di me, come se fosse un promemoria.

A me la partenza ha sempre terrorizzato, il non sapere cosa ci sarebbe stato dopo.

Allo stesso modo mi terrorizza la possibilità di dimenticare tutto quello che ho vissuto prima.

Ma qualcun altro diceva che “Se un sogno non ti spaventa non è grande abbastanza” quindi al diavolo la paura.

Mi manca casa perché è dove sono cresciuto, perché è dove sono diventato me stesso, ma questo non deve essere un limite per il me stesso che diventerò.

E tu, neo/navigato fuorisede, se ti manca casa non spaventarti: viaggia, scopri, ama, divertiti.

Però mi raccomando, chiama tua madre.

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