La fatica della coscienza moderna

Quell’inesplicabile energia latente che sembra volersi dischiudere, racchiusa entro tutti noi, al di fuori nel mondo, venne da noti filosofi identificata generalmente con il termine volontà. È il desiderio di affermare se stessi e la propria capacità di modificare materialmente il mondo. E se tutto è voluntas, poiché questa energia tendente all’intrinseca espansione è condivisa da ogni singolo essere vivente e cosciente, allora preferirei considerare questa spinta nella sua forma più pura e astratta: energia. E’ come se ogni vivente prendesse spunto per la propria vita dal sole, archetipo di prodigale energia, e tendesse ad aumentare la propria potenza in funzione di un’espansione. È letteralmente una fuoriuscita dai propri contorni che tende ad occupare, come il gas, più spazio possibile. Mi piacerebbe che fosse condivisibile senza esempi prolissi come certe leggi fisiche siano compatibili con quelle che governano la coscienza. Se volessimo parlare di energia mentale, psichica, potremmo identificarla come l’io di ciascuno di noi: quell’entità che si estende nel tempo (e nello spazio) fino a che possiede memoria e che desidera riversarsi su più superficie possibile.

“In un tempo in chi tutte le identità sono in crisi, o manifestamente posticce, essere vittima fa luogo a un supplemento di sé” -Giglioli

Le implicazioni di Giglioli volevano essere molto più importanti e cruciali, analizzando e volgendo una messa al vaglio della vittima sui piani culturali, storici e politici. Io mi servo della sua nozione come punto d’appoggio per parlare di questo “io” che nella contemporaneità fatica ad emergere nella sua effervescente autenticità. In quella che per il sociologo Beck è la società del rischio, in cui ci si è disabituati ad una concreta esperienza del mondo, e degli oggetti in esso contenuti che -come ricorda Baudrillard- hanno contribuito a far sparire il reale, muoversi in un labirinto di materia e coscienze diventa faticoso senza un filo rosso (https://youtu.be/GT7PESnHyf0 ). Facile può diventare, in tal caso, subire ed essere vittime del mondo.

Insomma nulla di nuovo considerare quest’epoca quella del nichilismo, o muovere critiche alla società di massa. Eppure trovo così ironico come le parole di Baudrillard, di cui il titolo del testo cui mi riferisco, ‘Simulacres et Simulation’ lascia trasparire la sua critica incalzante sulla realtà fittizia che ci ottenebra, siano diventate esse stesse vittima del suo oggetto di critica: dei simulacri. I simulacri sono oramai i valori e le piccole porzioni di realtà che percepiamo come concreta ma surrentizia, la cui peculiarità è di essere ed incorporare significati sempre nuovi. Vi attribuiamo gli oggetti, le persone, le istituzioni ed infine il mondo, che non solo non hanno la pretesa di approssimarsi al vero, poiché oggi non è possibile distinguere la verità dalle convinzioni, ma trasfigurano il loro significato e con essi la realtà continuamente. La verità, qualunque essa sia (o non sia) è denigrata, soggetta all’erosione delle opinioni come mero spettacolo o ennesimo tassello commerciale o consumabile di questa iperrealtà, che è tale dal momento che tutto è reale (realtà e finzione si mescolano e si dissolvono). Le cose del mondo, gli oggetti, le persone, ora hanno un significato, un’affezione, un valore, ma l’indomani tutto è mutato, e tutto ciò che è percepito è vivido, anche se è modificabile e col tempo può diventare il suo tale opposto. Esse est percipi, e forse ora viviamo comprendendo meglio le derive scettiche di Berkeley, perché oggigiorno facciamo esperienza di una realtà che porta con sé le opinioni sul mondo come universalmente soggettive e sempre vere, che a differenza della definizione parmenidea di essere come immutabile, assistiamo al suo progressivo mutarsi. In sostanza, abbiamo perso la stabilità, il senso di equilibrio, il perno su cui poteva ruotare il mondo attorno a noi. Il risultato? Un io minimale che, evidenzia il sociologo Lasch, in questo assoggettamento del mondo pieno di cose, impattanti e iridescenti, si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità. Banalmente, il mondo cangiante è essenzialmente imprevedibile, un potenziale pericolo. Il risultato? Un tracollo dell’io.
E non so se sia banale o meno evidenziare come la mancanza di fissità, equilibrio, fondamento minacci l’io. Come tale mi riferisco a quell’io astratto, che raccoglie le percezioni del mondo e le risolve come sue. È bene specificarlo.
Lo snodo importante della questione lo vorrei sottolineare qui: ovvero come l’io che possediamo oggi, sebbene la nuova saggezza popolare commemori tutti gli esseri umani come pazzi, si sia davvero smembrato. Per spiegare a livello fenomenistico dove si assedia la follia clinica, in prima analisi, è bene ricordare l’abbacinante complessità dei significati in cui siamo coinvolti nel mondo là fuori, polivalenti e ambigui, e la difficoltà di percepirli: Sartre sottolineava come tra me e il mondo, anzi tra me e l’altro, ci siano diversi lembi e strati da attraversare prima di incontrarsi. Dove due coscienze desiderano unirsi, le diverse patine cui devono penetrare e uscire sono il corpo proprio, il mondo, essere percepito dal corpo dell’altro e giungere all’altra coscienza:

Coscienza-corpo-mondo-corpo-coscienza

Considerando semplicemente un rapporto duale, tra me e te, in ogni campo circoscritto qui sopra possono insorgere problemi comunicativi e relazionali, semplificando: difficoltà nell’incontro tra me e tutto ciò che non è me. In realtà, spesso le derive giungono anche tra noi stessi. Questo perché l’uomo è davvero come uno specchio fragile, in balìa delle più flebili alterazioni mondane. Le analogie tra le genti di oggi e i pazienti che aveva in cura Laing sono tante, ma è bene sottolineare che esiste un modo sano e un modo non sano di intendere un io fragile, o per usare la terminologia di Laing, “diviso”, frammentato, e contemporaneamente dissolto nelle sue manifestazioni più gravi e croniche. Infatti, molte patologie della psiche derivano tutte da una matrice comune, che il vocabolario dell’autore definisce come la mancanza di “sicurezza ontologica di base”, ovvero la consapevolezza chiara e distinta di esserci ed esistere nel mondo, di avere contorni nitidi e definiti e letteralmente di non confondermi con altro. Questo è l’ultimo approdo che negli stadi dello sviluppo il bambino conquista, e non è così scontato: diverso è esistere biologicamente, come composto chimico e di leggi meccaniche, altro è esistere esistenzialmente, possedere cioè la consapevolezza di occupare uno spazio preciso nel mondo e che gli altri riconoscono in quanto tale.
Chi non ha materialmente la forza per costruirsi un io nitido, in quei primissimi anni, rischia di non avere mai in sé l’esperienza di se stesso: lo spiega bene il romanzo ‘Le metamorfosi di Kafka’, dove il protagonista straborda dai propri confini molli e diventa altro, giacché non è e non sa cosa lui è. Il personaggio di Kafka, che a stento possiede un nome, è diverso dai solidi personaggi della modernità, come i personaggi di Shakespeare o ancora più esplicativo è l’esempio di Robinson Crusoe di Defoe, i cui protagonisti seppur travagliati interiormente, fanno esperienza dei propri mali come propri e sanno riconoscere i propri stati interni, mentre nei personaggi della letteratura esistenziale, l’io si scompone e le sensazioni non hanno definizione, non hanno un punto in cui convergere ed essere esperite linearmente. L’uomo di oggi, non ha l’esperienza della stabilità fuori, e ciò si ripercuote dentro. L’uomo non è individuo, è “dividuo”, resosi ente senza una circoscritta identità che non ha potuto costruire, percepisce il mondo cangiante anch’esso e imprevedibile, e ciò che non è conosciuto, controllabile, spaventa e causa la fuga. Soprattutto nel rapporto con gli altri, le altre coscienze si rivelano al soggetto più trasparente come saturi di identità e causano la fuga, allora gli sguardi svicolano, si evita il rapporto con gli altri limitandoli il più possibile. Diventa difficile instaurare un rapporto duale, approcciarsi, parlarsi senza un brivido interno. La follia nelle sue manifestazioni più dolci (lo schizoide) porta con sé comportamenti evitanti, ma soprattutto per compensare la friabile fragilità si erige un muro cementificato tra me e l’altro, ma soprattutto l’altro diventa cosa, si reifica, per neutralizzare la sua carica in quanto persona e coscienza. Il punto nevralgico risiede in questo: se la mia persona è fragile, non so chi sono, quali siano le mie emozioni, le mie sensazioni, quale sia la mia sostanza, la minaccia risiede proprio in questo mondo di cose e relazioni che per la loro solida presenza rischiano di avventarmisi contro come una macchina che c’entra un pedone ad alta velocità. Il concetto si spiega meglio facendo l’esempio dei rapporti dove c’è fluidità sentimentale: un rapporto intimo rischia di diventare “tossico” perché mi fa perdere identità, non riconosco dove finisco io e dove finisce l’altro.
Da qui all’apparenza di persone dal carattere monolitico, che rendono gli altri cose, oggetti, perché rapportarsi con le cose in quanto queste innocue è più semplice, si è al sicuro da attacchi espatriando l’anima dall’interlocutore..
Erigere un muro, tra l’io e il mondo, tra l’io e l’altro, per poter costituire il bisogno di sicurezza agognata. Sicurezza che l’io cercherà di ottenere a tutti i costi.

“Possiamo riconoscere in noi due io distinti: l’io immaginario, con le sue tendenze e i suoi desideri, e l’io reale. Esistono sadici e masochisti immaginari: persone dall’immaginazione violenta. Ad ogni momento, il nostro io immaginario si frantuma e svanisce al contatto con la realtà, cedendo il posto all’io reale. Perché, per la loro stessa natura, il reale e l’immaginario non possono coesistere. Si tratta di due tipi diversi di oggetti: sentimenti e azioni completamente irriducibili le une alle altre [… ]. Preferire l’immaginario non è solo preferire alla mediocrità esistente una bellezza, una ricchezza, uno splendore immaginario nonostante la loro natura irreale, ma è anche adottare un modo immaginario» di sentire e di agire proprio in quanto questo modo è immaginario. Non si tratta solo di scegliere questa o quella immagine, ma di scegliere lo stato immaginario con tutto quello che ne consegue; non si tratta solo di una fuga dal contenuto del reale (povertà, amore deluso, fallimenti delle proprie imprese ecc.), ma dalla forma, dal carattere di presenza del reale, dal tipo di risposte che esso esige da noi, dall’adattamento delle nostre azioni all’oggetto, dall’inesauribilità della percezione, dalla sua indipendenza, dal modo stesso che hanno di svilupparsi i nostri sentimenti”. – Sartre, L’imaginarie.

Laing asserisce logicamente che se una persona non agisce nella realtà, diviene essa stessa irreale. Nelle forme più acute (schizofrenia) una strategia è annientare se stessi, per non essere vittima dell’altro, strategia antica, per certi versi in uso anche in alcune specie animali. Il rapporto con l’altro diventa il più irrisorio dei simulacri, e l’io come dice Lasch incerto dei propri contorni, aspira a riprodurre il mondo e a fondersi con esso in felice comunione, abolendo la distanza e la separazione tra individualità e universo esteriore. Eppure nella sua irrealtà di vita tenta questo impossibile all’interno di sé stesso, cercando attraverso l’espediente immaginifico di coinciliarsi in maniera sicura con l’altro da sè quale anche essenza vitale, ma sviluppando una scissione pericolosa che lo tiene separato dal mondo e dalla percezione di se stesso. Il pericolo più grande risiede in questa bolla di cristallo che è venuta a crearsi: questo sistema di difesa dal mondo diventa esso stesso agente scarnificante dell’io, degradandolo, e scomponendosi e lascia, di nuovo, un io simulacro che agisce in maniera manifesta nel mondo con i suoi deliri.
Propongo uno schema per comprendere al meglio la stratificazione delle scissioni:

Io (io falso/corpo)- altri

Un io autentico separato e racchiuso in uno spazio angusto, un io falso ( come un burattino, una maschera pirandelliana ) che è ancorato al corpo e lo dirige. Questa massa inerme che l’altro vede, in sintesi sarà nuovamente un simulacro. L’affermazione dell’identità con sé stesso dell’io significa posizionarsi, nel senso di “iniziare ad essere” e diventare reale, e non è soltanto l’identità formale. Se io non mi riconosco come me stesso, non sono per me. L’oggi è il punto più alto che l’uomo abbia raggiunto di ignoranza nei suoi stessi confronti.
I social media, in quanto moltiplicatori della iperrealtà e sincronicamente di rigide barriere impenetrabili per l’incontro con l’altro, diventano la miglior metafora catadiottrica dove assaggiare le varie colorazioni di deliri che rasentano guizzi di follia.
Viene da chiedersi allora come si è giunti ad aver bisogno di tutti collanti possibili, (non farò appositamente esempi perché tutti sappiamo quali siano essi per noi) tramite il quale sembra di ricomporci e suturarci, tenerci uniti. Eppure sappiamo tutti che è un illusione, espedienti quest’ultimi di una ricerca del proprio io, dove niente che non passi sotto la legiferazione dell’occhio può avere diritto di esistenza. Non è una critica ferrata al mondo questo scritto. Era il desiderio di evidenziare un punto fermo, o meglio un centro che si espande, a macchia d’olio, un velo, una coltre che copre noi stessi e il nostro rapporto con gli altri, nella speranza di far riflettere sull’imminente solitudine d’oliva.

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