Lasciate in pace Matteo Messina Denaro

Quando Matteo Messina Denaro venne arrestato, avevo appena aperto gli occhi. L’errore è stato aprire Instagram, per poi scorrere e vedere ogni post con “U siccu” – così soprannominato – in giacca, cravatta e occhiali da sole modello Ray-Ban. Se vi dovessi descrivere il mio stato d’animo provato in quel momento, faticherei a farlo: felice, ma non così tanto da esultare; soddisfatto, ma non abbastanza da stendere un’ovazione nei confronti della magistratura. Insomma, preferivo essere lasciato in pace; i cocktail di emozioni, talvolta, sono difficili da gestire. “Diabolik” – altro nomignolo – ad oggi è passato dai Ray-Ban a goccia ad una montatura classica rettangolare, “ad un Casio” (semicit) ha preferito un Frank Muller da trentacinquemila euro, “ad una Twingo” ha scelto una sobria Giulietta nera e, alla soglia dei suoi sessant’anni, fiancheggia per un cappellino di lana e un montone griffato. Insomma, un boss speciale ma anche tanto normale: più che un super ricercato, sembra di aver arrestato un passante tra i negozi di Via Condotti a Roma.
Stile impeccabile a parte, Matteo Messina “Soldino” (permettendomi di citare il folcloristico Pino Maniaci di Telejato) va lasciato in pace.
Va lasciato in pace, Matteo, affinché si possa sviluppare una cultura critico-reale di ciò che abbiamo vissuto, stiamo vivendo e che vivremo. Perché allo stato attuale delle cose, quanto leggiamo e ascoltiamo non può che palesarsi come l’ossessione giornalistica verso un criminale dipinto a pop-star, per il quale vale la pena impiegare gran parte dell’opera lavorativa nel capire quale sia il modello di orologio indossato, quante donne abbia avuto, chi sia il prestanome Andrea Bonafede e perché si sia lasciato con la compagna o, ancora, quale sia la colazione al bar San Vito del latitante che – giova ricordarlo – ha contribuito al rapimento e al brutale omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. U siccu, di sé, non aveva fatto trapelare nulla per trent’anni, tanto da non permetterci di conoscere né la sua voce né il proprio volto, eppure basta accendere un televisore per comprendere come – adesso – assistiamo ad un bombardamento mediatico senza precedenti; l’arresto di Totò Riina, in confronto, è stato raccontato alla stregua della trama pro tempore di un film di Quentin Tarantino. E ciò, una ipercondivisione malata, altro non fa che creare uno squilibrio sociale, politico ed individuale: veniamo meno alla conoscenza di fatti ben più considerevoli, cadiamo nelle propagande politiche e snobbiamo i diritti dei detenuti.
Trattare così ossessivamente la tematica “Matteo Messina Denaro”, infatti, crea una mole di notizie tali per cui argomenti di altrettanto – se non superiore – spessore vengono relegati a trafiletti di cronaca. È il caso del nuovo processo penale, che – ironia della sorte – da Palermo ha sollevato alcune concrete criticità. Si tratta, difatti, di tre boss cosanostristi legati al clan Pagliarelli, i quali – qualche giorno prima dell’arresto di Messina Denaro – stavano per salutare la casa circondariale. La riforma Cartabia da poco in vigore, in seno agli effetti, avrebbe previsto per l’appunto la scarcerazione per la fattispecie cui sopra accennato, in quanto l’arringa difensiva avrebbe fatto leva sulla mancata presentazione di querela da parte delle vittime all’epoca dei fatti. Fortunatamente, la detenzione dei tre esponenti mafiosi era stata disposta per altri reati ben più seri rispetto alle lesioni aggravate da esporre a querela, portando – dunque – alla continuazione del regime detentivo. Un fatto, questo appena esposto, che nessun telegiornale ha avuto cura di trattare, similmente ai talkshow di tarda serata e ai quotidiani nazionali di spicco (fatta eccezione per Il Sole 24 Ore). Il mantra è chiaro: si parli di Messina Denaro, così da affossare potenziali scarcerazioni – come avvenuto per Giovanni Brusca – ed evitare l’indignazione popolare.
Ancora, fa specie come dietro le roboanti notizie su MMD trovi riparo una non-attività politica propria del Governo Meloni. Un esempio tra tutti è il braccio destro di Giorgia Meloni, Giovanni Donzelli, che qualche giorno fa ha vantato in TV una “seria lotta alla mafia grazie alla riforma di Fratelli d’Italia sull’ergastolo ostativo”. Peccato che la stessa riforma – pur venendo incontro ad alcuni dettati europei e costituzionali – abbia posto meno rilevanza al disegno originario previsto dall’articolo 4-bis (e non 41-bis, come confuso dal Signor Presidente Meloni) voluto da Giovanni Falcone in tema di collaborazione con la giustizia ai fini dell’ottenimento di premialità detentive. Con l’attuale disegno, infatti, si punta al risarcimento dei danni alle vittime, alla prova di non avere più contatti con l’associazione criminale e ad una regolare condotta carceraria, meno alla collaborazione attiva. Come se non bastasse, i rappresentanti di Fratelli d’Italia che millantavano di essere “pronti”, pronti non lo sono affatto nell’istituzione della Commissione parlamentare antimafia che, seppur inizializzata, non farà in tempo a lavorare sugli screening dei candidati alle prossime elezioni regionali in Lombardia e in Lazio.
Da ultimo, ma non meno importante, Matteo Messina Denaro è una persona; al diritto interessa questo. E in quanto tale, il bombardamento mediatico ricevuto sta andando oltre quella che è la tutela dell’individualità. Divulgare illegittimamente dati sensibili come quelli relativi al suo stato di salute, difatti, costituisce una violazione normativa ai sensi del Codice della Privacy. Perché sì, per quanto possa sembrare paradossale, all’interno del penitenziario la persona detenuta è sottoposta a diverse restrizioni della propria libertà, tra cui si aggiungono ispezioni quotidiane fino al costante monitoraggio affidato alle telecamere. Questa corsa, ad esempio, all’aggiornamento giornaliero sul tumore di Messina Denaro, per noi futile, costituisce la violazione di un diritto umano – quello della privacy – riconosciuto ampiamente dalla Corte EDU da ultima pronuncia di maggio 2021. “La dignità – per citare Gaetano Silvestri – coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un premio per i buoni e quindi non può essere tolta ai cattivi”.

Allora lasciamo in pace Matteo Messina Denaro, abbandoniamo la sua vita e concentriamoci su ciò che gli ha permesso di condurla come la rinveniamo. Poniamoci le giuste domande, e usciamo dalle pseudo-confortevoli notizie che apprendiamo. Perché sì, a differenza di quanto accadde con Riina, dopo l’arresto di Messina Denaro si stanno perquisendo covi e appartamenti, ma anziché trovare documenti, nomi, pizzini e soldi, abbiamo trovato poster de “Il Padrino”, scontrini dei bar e profilattici con delle pillole di Viagra accanto. E questo, ne sono certo, non è il concetto di “durezza” della pena che vogliamo per lui e i suoi collaboratori.

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