Mediterraneo tropicale

Il surriscaldamento climatico nel Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo è riconosciuto come “hotspot” di biodiversità per via dell’abbondanza e dell’eterogeneità di ecosistemi e specie animali e vegetali presenti, di cui il 30% endemiche, cioè presenti solo in questo bacino poco esteso.

Il riscaldamento globale e l’azione antropica intaccano l’equilibrio necessario al mantenimento di un buono stato di conservazione degli habitat: ne causano la distruzione e favoriscono le migrazioni di diversi organismi in risposta alla variabilità ambientale.

Gli studi in questo ambito hanno riconosciuto due principali conseguenze di questi processi.

La meridionalizzazione del Mediterraneo consiste nell’estensione verso nord dell’areale di distribuzione di specie endemiche delle coste meridionali, presenti a latitudini sempre maggiori.

La tropicalizzazione del Mediterraneo coinvolge specie non autoctone, bensì tipiche di ambienti tropicali e sub-tropicali, che si spostano in ambienti in precedenza meno accessibili per via di temperature più basse.

Alieni nel Mediterraneo

L’ingresso di specie aliene invasive può innescare diversi feedback delle comunità stabili presenti, tra cui l’aumento della competizione per habitat e risorse, la riduzione della fitness darwiniana delle singole specie e la sostituzione di organismi in diverse nicchie trofiche, che vanno a sommarsi allo stress ambientale causato dai cambiamenti climatici.

I principali corridoi per il Mar Mediterraneo sono lo stretto di Gibilterra e, in modo particolare, il canale di Suez. È rilevante anche l’immissione accidentale di specie non indigene, dovuta a una scorretta gestione degli scarichi delle acque di zavorra delle navi.

La migrazione lessepsiana

La connessione tra Mar Rosso e Mar Mediterraneo risale al 1869, quando si realizzò il progetto del canale di Suez, curato da Lesseps. A distanza di un secolo, dopo ulteriori lavori di ingegneria e una relativa omogeneizzazione dei parametri ambientali nel punto di contatto, l’entità della migrazione risultava, tuttavia, poco preoccupante.

Negli ultimi decenni, con l’incremento delle temperature secondo un gradiente che va da sud a nord, il numero delle specie che hanno superato la soglia è aumentato in modo imprevedibile.

Le specie giunte in questo modo in Mediterraneo sono dette specie lessepsiane e sono circa 200, sia animali che vegetali. La presenza di molte di esse lungo le coste italiane è già documentata, la maggior parte, però, è ancora limitata al bacino levantino. Questa porzione del mediterraneo, risultando isolata in senso biogeografico dalla parte occidentale, è caratterizzata da una limitata fauna autoctona, che oppone poca resistenza alle specie di recente ingresso. Non si può escludere una futura espansione negli habitat di piattaforma nord-occidentali conseguente all’innalzarsi delle temperature che penalizza le specie di ambienti temperati in favore di specie tropicali.

Tra le specie più sensazionali rientrano due specie di squalo di bassa profondità, lo squalo tissitore (Carcharhinus brevipinna) e lo squalo pinna nera del reef (Carcharhinus melanopterus). Non mancano specie pericolose per l’uomo come il pesce palla maculato (Lagocephalus sceleratus) presente lungo le coste della Sicilia, velenoso e aggressivo, e la medusa Rhopilema nomadica, molto urticante, la cui presenza è attestata nel Mar Ionio. Tra i vegetali, due specie di alghe, Caulerpa taxifolia e C. racemosa, potrebbero risultare problematiche per la conservazione di Posidonia oceanica, con cui sembra essere in competizione per l’habitat. (https://www.isprambiente.gov.it/files2021/notizie/opuscolo-specie-aliene-ispra.pdf)

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