Niente canzoni d’amore

Le canzoni d’amore, croce e delizia della vita degli uni, banalità e ridondanza per le orecchie degli altri.

È importante, in qualsiasi contesto di riferimento, distinguere un prodotto di qualità da un prodotto commerciale.

Con qualità s’intende la profondità e le sfaccettature che un prodotto può acquisire, nel nostro caso, una canzone.

In Italia, le canzoni d’amore sono più e più volte state motore dell’intera industria musicale, non c’è grande classico che si ricordi che non riporti a quel grande caos emotivo che l’amore racchiuda.

La distinzione tra canzone d’amore di qualità non fa figli e figliastri, ma sicuramente ha un occhio più attento per il rap.

Volendoci soffermare su quello che è il portafoglio qualitativo delle love songs dell’hip hop italiano, la gamma del prodotto offerto è contemporaneamente omogenea ed eterogenea.

Il tema viene più e più volte rigirato in sé stesso, ed ogni artista, chi più e chi meno, è capace di fornire una versione diversa.

Basti pensare a Marracash, che nell’ultimo album affronta l’amore in tre delle sue forme più contorte.

Prima in “Bravi a cadere” racconta di questo rapporto scostante e puro con la sua lei, rinchiuso in un rincorrere l’altro per un presunto proprio bene e dallo scappare dai propri difetti per paura che possano minare la relazione.

Poi in “Madame-l’anima” parla dell’amore per sé stessi, tanto difficile da raggiungere quanto necessario per poter amare il prossimo, facendo scendere a patti il suo lato più forte con le sue immense fragilità.

Chiude poi con “Crudelia”, vero e proprio inno di quanto velenoso e amaro l’amore possa essere, di quanto possa farti perdere la luce lasciandoti gettato nel grande buio dei tuoi pensieri, dei tuoi rimorsi e delle tue incertezze.

È un racconto crudo ma veritiero, dove l’amore e l’odio si riscoprono gemelli siamesi, così tanto simili da risultare indistinguibili.

Sulla falsa riga di “Crudelia” troviamo “Sirena” dell’ultimo disco di Mace, dove Ernia ricalca perfettamente le tematiche trattate da Marra.

È lo stesso Ernia a fornirci un’altra prospettiva sul sentimento che attanaglia la quotidianità di grandi e piccini.

La sua è una descrizione per immagini, come se volesse creare una sorta di nebbia intorno all’argomento per dare la possibilità a quei pochi dotati di una sottile sensibilità di poter arrivare al cuore di ciò che sta raccontando.

Un esempio è il duopolio che si crea in “68”, dove racconta l’inizio e la fine di una relazione, rispettivamente con “Sigarette” “Tosse”.

Il primo pezzo racconta dello sviluppo di un amore, di quando ci si inizia a rendere conto della creazione di un legame -quasi abitudinario- con una persona, di come se ne avverta la mancanza nei momenti in cui non si è insieme, di come ci si innamora delle diversità del soggetto con cui ci si rapporta.

D’altra parte, in “Tosse” si parla della rabbia che scaturisce alla fine di una relazione, il flusso di coscienza, di tentato odio, con cui spesso ci si fa scudo pur di non affrontare le proprie fragilità, di immagini quasi vendicative e paranoiche.

Tuttavia, nel finale di ogni strofa, si nota una forte malinconia dei tempi che sono stati, come quel “Non è più estate da quando non vi parlate” che è come una resa per chi scrive ed un pugno in faccia per chi ascolta, frase che nasce spontanea dopo tutto il tentato odio profuso nelle barre precedenti.

Non c’è più serenità, estasi, luce, da quando i due innamorati hanno preso le distanze l’uno dall’altro, si torna in un inverno interiore, inverno forte di un mondo freddo, senza stimoli, vuoto.

Di Ernia sono degne di almeno un ascolto “Ti ho perso”, “Ferma a guardare” e “Via da qui”.

Ma sarebbe ipocrita pensare che l’amore porti solo amarezza e sconforto, e lo sarebbe anche nei confronti di chi quest’amore lo racconta, perché significherebbe incastrarlo nella retorica dell’artista maledetto, che sa creare solo se sofferente.

L’amore vero e vivo è presente anche nelle penne più truci, come Noyz Narcos, che fa di “My love song” una ballata che quasi racconta il riposo del guerriero, che dopo una vita di stenti e difficoltà riesce a sentirsi in pace con sé stesso anche grazie alla persona che ha al suo fianco, descrivendola nella sua dimensione più umana, quasi domestica – “Voglio senti’ quanto sei maleducata”.

Concetto simile è affrontato da una delle più alte penne del rapgame italiano, Jake La Furia, che in “Ho trovato te” scrive della pace, o meglio della luce, che la vita gli ha regalato dopo una vita complicata.

“Ho camminato su una lama infinita
Finché ho trovato te
A fari spenti, finché ho trovato te
Ed ho sempre riso in faccia alla vita finché ho trovato te
Fra i serpenti finché ho trovato te.”

Parlando di rap e di amore non si può che tessere le lodi del più bravo “ritornellaro” del rap italiano: Coez.

Si badi, non l’ultimo Coez, che dal rap si è relativamente allontanato – che poi, allontanato, in “Aggio Perzo o’ Suonno” con Neffa rappa a livelli altissimi e spacca il cuore come solo lui sa fare.

Se chi legge non ha mai ascoltato “Ali sporche” e “Lontana da me” ha delle evidenti lacune in materia ha l’urgente bisogno di recuperare.

Per non parlar di “Vorrei portarti via”, estrema sintesi dell’amore coezziano.

Da lacrimoni, provare per credere.

Anche Rkomi, con la sua scrittura poliedrica, ha più volte affrontato l’amore nelle sue più varie dimensioni, come in “Apnea”, “Ossigeno”, “Mare che non sei” e “Diecimilavoci” con la giovanissima – e altrettanto talentuosa- Ariete, di cui consiglio “Avrei voluto dirti” e “Mille guerre”.

Nondimeno Tedua, probabilmente il rapper con più hype del momento, che in “Sailor Moon” fornisce quella che è probabilmente la più lucida conclusione a cui si dovrebbe ambire quando una relazione volge al termine: autocritica – moderata -, visione d’insieme, oggettività.

Ritengo inutile continuare a fornirvi brani e considerazioni sugli stessi, soprattutto perché la lista è infinita, ma mi permetto due ultime considerazioni.

Non me ne vogliano i vari Luché, Guè Pequeno, Johnny Marsiglia (“L’amore causa” è nella mia top three), Axos e vari, ma chi l’amore lo sa raccontare meglio di chiunque, è alto quasi due metri, è di Foggia e mi ha fatto piangere più di quanto avrei mai il coraggio di ammettere, ed il suo nome è Mecna.

Mecna mi ha sempre parlato alla pancia, “31/08”, “Soli”, “Servirà una scala” e “Superman” le ascolto almeno una volta al giorno.

Ciò che più mi piace del suo analizzare l’amore è il parlare dell’amore degli incoscienti.

Di chi lo rincorre senza sapere davvero cosa sia, di chi lo vive con estrema intensità ignorando tutti i rischi del caso.

È quasi sempre un amore genuino, nel suo vincere su tutto e nel suo perdersi per nulla, nel vivere la più complessa delle emozioni come un bambino esuberante che corre indietro al soffione per esprimere un desiderio, che però inciampa, magari si sbuccia un ginocchio, ma poi si rialza perché “ehi, c’è un desiderio da esprimere e non sarà un ginocchio claudicante a fermarmi”.

Racconta di vittorie e di sconfitte, del sentirsi completamente realizzato solo amando e concretamente libero solo se amato, del sentirsi insicuro e della paura del ricadere nei propri errori.

In “09:30”, con Johnny Marsiglia, la strofa di Mecna è manifesto della sua intera poetica, soprattutto nella chiosa finale:

“Sto cercando un’uscita diversa
Da quella in cui perderei con la forza
E senza farlo apposta sei dalla parte opposta
Io che ti ho accarezzata, 

Ed ho accarezzato il fondo di questa vita a volte
Vita o morte, come l’ansia le prime volte
Prima che io ritorni in me, prima che io ritorni oltre
Prima che tu ritorni in te, tu ritorni forse.”

Non riuscirò mai a capire dove si voglia andare a parare, scappare? Restare? Rincorrere? Aspettare? Resistere? Sperarci o smettere di farlo?

È questo o non è questo l’amore?

A rispondere non posso essere io.

Piuttosto vi chiedo, perché ascoltiamo canzoni d’amore?

Perché spesso e volentieri l’amore rende meno lucidi e meno logici, alle volte ti sprona ad essere migliore di te stesso, è un libro pieno di verità, dolci e amare, di bugie, crudeli e illusorie, di certezze e d’incertezze.

Capirete bene che è piuttosto complicato mettere a fuoco noi stessi, le persone con cui ci relazioniamo, avere visione d’insieme risulta difficile e l’oggettività è labile.

Allora ci si rifugia nelle parole degli altri.

Nella sicurezza di un concetto già elaborato, nella speranza che possa offrirci una retta via per la comprensione di ciò che ci circonda.

La grandezza delle parole sta nel riuscire a svelare nervi scoperti che spesso e volentieri non sappiamo nemmeno di avere.

Alla fine, se amore e amare significa cercare risposte, spesso risulta facile concedersi a chi è arrivato a certe riflessioni ci è saputo arrivare meglio di quanto di quanto noi stessi potremmo fare.

La musica, nel momento in cui si rivela catartica, diventa migliore amica di chi ne usufruisce perché, rispecchiarsi, che sia nella sofferenza o nell’amore, di qualcun altro, ci fa sentire meno soli, più a contatto con il mondo.

Quindi ben vengano le canzoni d’amore che ti pervadono il cuore, che ti riportano ai fasti che furono o ti mostrano la via per arrivare ad averne dei nuovi.

Tuttavia, ciò che bisogna capire, è che non saremo sempre un riflesso delle storie -e canzoni- d’amore degli altri, le parole in cui ci ritroviamo sono catartiche nella misura in cui sappiamo ascoltarle con cognizione di causa, riflettendo sul fatto che non sia stato ancora scritto tutto.

Vi lascio, con quello che è stato lo spunto per quanto analizzato:

“Ci sarà sempre un po’ di te, in me

Ci sarà sempre un po’ di me in te

Ma noi non siamo soltanto parole di un’altra canzone d’amore, eh

Ci sono sempre troppe regole, ho visto già tutte le repliche

Perché al mondo in fondo non serve un’altra canzone d’amore.”

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