Quello che ti nascondo

Nascondo tante cose, mi diverte molto.
Mi piace nascondere queste cose dietro una sigaretta, io che fumo da poco.
Mi piace nasconderle dietro ad un amaro, preferibilmente Del Capo in ghiaccio, o ad una birra, preferibilmente chiara, bionda media, anche se ultimamente non mi dispiacciono le stout. La Guinnes continua a non piacermi.
Mi piace nascondere queste cose e mi piace nascondertele.
Le nascondo dietro ad un qualcosa che mi copra il viso, che ti confonda, fino a che non mi confondo anche io, e non so se mi sto confondendo per colpa dell’alcol, o del fumo, ma resta il fatto che mi confondo fino a dimenticarmi cosa ti sto nascondendo.
Quindi queste cose restano lì, non escono più.
Le nascondo anche in momenti più sobri, dietro un’espressione un po’ scocciata, a tratti arrabbiata.
Le nascondo un po’ da sempre, e volendo essere brutalmente onesti, lo faccio soprattutto per ego.
L’antologia del mio ego è vasta e variegata, ha radici profonde.
Mettendoci in mezzo anche un po’ di determinismo storico, l’essere nato il giorno di una festività e il festeggiare l’unico onomastico universalmente ricordato, diciamo che non mi ha del tutto permesso di non credermela parecchio.
È stato veramente difficile capire che il primo maggio non si andasse a scuola, non per celebrare la mia venuta al mondo, ma perché è festa nazionale.
Allo stesso modo, capirete bene che è stato un trauma capire di non essere io, San Lorenzo.
Per non parlare di quando, da piccolo, gli amici di mia madre, una volta scoperto il mio nome erano soliti esclamare “Ah, il Magnifico!”.
Chi mi conosce magari capirà un po’ di più il perché del mio essere così fomentato.
Resta il fatto che per lunghi tratti della mia infanzia io mi sia letteralmente sempre sentito Dio sceso in terra, buttandomi in deliri di onnipotenza di cui tutt’ora porto le stimmate.
Crescendo il mio ego si è stagnato su tutto me stesso, sono cresciuto nel mito dell’essere il più bravo, il più brillante, il più intelligente, il più maturo, il più profondo, il più sensibile, il più forte.
Sono cresciuto nel mito dell’essere il migliore.
Succede in rari casi che il mito si stagna sulla realtà e tu inizi a credere in un ipotetica veridicità dello stesso, tanto che poi l’ipotesi la dai per certa e resti fottuto.
Ed io ci sono rimasto fottuto.
Ho iniziato a credere così tanto nell’essere il migliore che ho iniziato a ponderare la mia vita solo con l’unico obbiettivo di consacrare questa mia grande certezza.
Probabilmente è lì che è iniziato il mio massacrarmi.
Sono figlio di un padre severo ma onesto, di una madre esigente ma apprensiva.
Io sono severo ed esigente ma quasi esclusivamente con me stesso.
Allo stesso modo, con la stessa esclusività, non riesco ad essere onesto ed apprensivo.
Da che ho capito di voler dare libero sfogo a tutte le stringenti necessità del mio ego, ho iniziato a limitare tutte quelle sottigliezze che avrebbero potuto rovinare tutto il puzzle che stavo accuratamente costruendo.
Ho iniziato con la ricerca spasmodica di una maturazione immediata, scavando ancora di più nelle profondità della mia persona, privandomi di una leggerezza che non sono mai stato capace di ritrovare.
Ma ciò che mi ha sempre spaventato di più sono state le mie fragilità, il mio essere umano.
Un essere umano a cui ho sempre anteposto il mio desiderio di essere uomo.
Ho imparato ad odiare tutto ciò in cui non riesco.
Odio soffrire perché gli altri non devono vedermi soffrire, odio la mia incapacità di abbandonare chiunque abbia fatto parte della mia vita.
Odio non saper dire no, odio non saper parlare senza inciampare nelle parole -io che con le parole, a modo mio, me la cavo pure.
Odio non saper perdere, non meno di quanto odio non saper godere di un successo.
Odio il mio pensare troppo, odio non sapermi fidare del mio istinto.
Odio il mio modo di vivere il dolore e, ormai detesto anche il mio essere in grado di starci spaventosamente bene dentro.
Odio avere paura.
Ora, è presumibile che voi pensiate che io, senza troppi giri di parole, mi odi.
E invece no, tutto il contrario.
Io amo me stesso in tutte le sfaccettature che vi mostro, le stesse sfaccettature che ho coltivato per una vita e che vi ho fatto credere che la somma di tutte queste sia la colonna portante del mio essere.
E tutto il resto?
Tutto il resto è quello che vi nascondo.
Io le mie fragilità ve le nascondo da una vita, forse qualcuno avrà avuto il privilegio di averle intraviste.
Ma, nella quasi totalità dei casi, io queste cose ve le nascondo.
E mi piace nascondervele dietro una sigaretta, io che fumo da poco.
Mi piace nascondervele dietro un amaro, preferibilmente Del Capo in ghiaccio, o ad una birra, preferibilmente bionda, chiara media. Delle stout e della Guinnes ve ne ho già parlato, vero?
Mi piace nascondervele perché preferisco che capiate la semplicità delle cose che vi mostro.
Ho paura che le altre siano più astruse, contorte, complicate.
Non dico che voi non possiate capirle -non posso negare che ci sia una vocina nella mia testa che invece lo griderebbe energicamente- ma la cosa è che temo di non capirle nemmeno io.
Perché quello che vi nascondo è diventato quello che mi nascondo, senza nemmeno il tempo di accorgermene.
Succede che le mie fragilità le ho lasciate chiuse in un cassetto e ho sperato che in un modo o nell’altro sarebbe successo qualcosa.
Ma ricordate la parabola dei servi che dovevano coltivare i talenti del padrone?
Ecco, io ho fatto come il terzo.
Ciò che probabilmente ho di più prezioso l’ho lasciato marcire chissà dove, senza correre il rischio di poterlo perdere.
Io, queste cose, le nascondo con molta più attenzione a chi mi vive più attentamente.
Non bastano più le birre, o le sigarette.
Le nascondo dietro tutto ciò che invece mostro.
Dietro il mio essere solido, dietro il cercare di avere sempre tutto sotto controllo.
Dietro il prendere scelte razionali nei momenti più critici, nel mio non tradirmi e non tradire mai.
Finisce che poi nemmeno le persone che più mi conoscono riescono a capirmi, soprattutto quando ho bisogno di essere capito.
Ed è tutta colpa del fatto che sono io che non permetto loro di entrare in contatto col mio lato strettamente umano.
Probabilmente perché mi ci sono disabituato io.
Un giorno qualcuno mi ha detto: dovresti essere più emotivo.
Non era una critica, o almeno non l’ho percepita come tale.
Quasi un consiglio, puro, istintivo.
Non importa il grado di rapporto che mi legava o mi lega a questa persona, se quella frase me l’avesse detta chiunque altro, in quell’esatto momento della mia vita, avrebbe sortito lo stesso effetto.
Io ho radicato la mia vita nel cercare di essere meno emotivo possibile e tu ora mi dici che invece dovrei diventarlo?
È vero, inopinabilmente vero.
È inutile coltivare i lati più solidi di te se poi trascuri totalmente quelli più fragili.
Perché ad un certo punto porti tutto il peso del tuo essere su un lato del tavolo, poi ad una certa, le altre due gambe cedono, soprattutto se sono malconce.
Quel “dovresti essere più emotivo” l’ho interpretato come un non dover trascurare un lato di me che può anche farmi paura, che posso anche mettere da parte, ma resta di fatto una parte di me.
Ti illudi così tanto della stabilità di un qualcosa a cui sei abituato da non riuscire a riconoscere tutto il marcio che c’è dietro.
Non credo riuscirò mai a prescindere dal mio ego, sicuramente cercherò di vivermi nella mia interezza, quindi anche nelle mie fragilità.
Il che non significa che smetterò di nascondertele.
Perché comunque resta il fatto che a me nasconderti le cose, diverte molto.
Mi piace nasconderti queste cose dietro ad una sigaretta, io che fumo da poco.
Mi piace nascondertele dietro un amaro, preferibilmente Del Capo in ghiaccio, o una birra, preferibilmente bionda, chiara media, Ultimamente non mi dispiacciono anche le stout ma la Guinnes non la prendo nemmeno per sbaglio.
Un giorno magari avrai voglia di cercarlo, quello che ti nascondo.
Io intanto magari inizio a farci pace.

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