Si gioca troppo a calcio

C’è un articolo del Post intitolato “I calciatori giocano troppe partite” che è uscito pochi giorni
dopo l’arresto cardiaco subito da Christian Eriksen in campo. E’ un pezzo breve, dettagliato,
con dati precisi, eppure ho la netta sensazione che sia comunque divisivo. Voglio dire, il
dibattito sugli atleti è stantio a un livello preoccupante:”Con tutti i soldi che prendono, hanno
anche il coraggio di lamentarsi se giocano troppo?”. Sembra quasi che i soldi guariscano
ogni male.


C’è un problema serio nella condizione degli atleti, e faccio riferimento principalmente ai
calciatori, essendo il calcio lo sport che seguo di più. Nell’ultimo anno solare ci sono
giocatori che hanno disputato quasi cento partite, se teniamo conto di quelle affrontate coi
club e con le Nazionali. EURO 2020 si è concluso da poco, eppure alcuni calciatori sono già
dovuti ritornare in campo per le Olimpiadi, il che ha dello sbalorditivo. Ho sempre creduto
che le selezioni nazionali per i Giochi Olimpici fossero assemblate con calciatori fuori dal
giro delle Nazionali maggiori, ma non è sempre così. Penso alla Spagna olimpica, che ha
convocato, fra gli altri, Dani Olmo, Pedri, Oyarzabal e Unai Simon, che dall’anno scorso
hanno avuto forse tre settimane di riposo in tutto.


Di fatto, causa pandemia, la stagione 2019/2020 si è conclusa con tre mesi di ritardo, e
quella nuova, appena conclusa, è cominciata poco dopo, a settembre. C’è stato il
campionato, ci sono state le coppe nazionali ed europee e le partite con la Nazionale, poi a
giugno è stato il momento degli Europei, e a luglio tocca proprio alle Olimpiadi. Penso al già
citato Pedri, stellina classe 2002 del Barcellona: sei partite a EURO 2020, di cui tre finite ai
supplementari, poi subito Tokyo. L’ultima partita giocata dal centrocampista iberico – seppur
partendo dalla panchina – è datata 17 luglio ed è un pareggio col Giappone Under 23.
Teoricamente, appartiene alla stagione 2021/2022. Praticamente, questo giocatore, a
nemmeno 20 anni ha disputato oltre sessanta partite in meno di un anno, andando oltre le
raccomandazioni di FIFPro, il sindacato mondiale dei calciatori, che ne consiglia proprio
sessanta al massimo. Se c’è un momento per riflettere su quante partite di calcio si giochino a questi livelli, forse è proprio questo: non è detto che ci sia un link tra questo tema e l’infarto di Eriksen, eppure il
sospetto aleggia sul caso del trequartista danese.


Una situazione simile a quella di questi ultimi mesi, tra l’altro, i giocatori potrebbero riviverla
già l’anno prossimo, in occasione dei Mondiali di Qatar 2022. A causa delle elevate
temperature percepite in Qatar d’estate, infatti, il torneo si svolgerà tra novembre e
dicembre, il che significa che molto probabilmente i calciatori saranno costretti a giocare
ogni tre giorni già a partire da agosto/settembre, per non accumulare troppe partite di
campionato e coppe da disputare all’alba del 2023. Inutile dire come questo sovraccarico
porterebbe i giocatori ad affaticarsi troppo sul piano fisico ma anche mentale, ugualmente
importante.


Dopo il primo lockdown, infatti, si prevedeva che ci sarebbero stati molto infortuni a causa
del prolungato periodo di stop addizionato alle tante partite da recuperare nel minor tempo
possibile. Questo scenario si è verificato solamente in parte, ma ha fatto sentire i suoi
strascichi per più tempo, generando una situazione anche peggiore dal punto di vista
prettamente utilitaristico.


Per questo motivo, ritengo sia fondamentale trovare un compromesso. Purtroppo, ai vertici
del calcio si parla poco di questi aspetti, sebbene diversi siano i calciatori che si sono
lamentati dell’eccessivo numero di partite. I prossimi anni non sembrano destinati a
migliorare la situazione, dal momento che si parla di estendere il numero dei partecipanti ai
vari tornei per nazionali. Si sa, per esempio, che il Mondiale di calcio del 2026 avrà
quarantotto partecipanti. E’ chiaro che per la FIFA e l’UEFA più partite vogliono dire più
spettacolo (cioè più ricavi), ma è importante che ci si inizi a interrogare su quanto si potrà
ancora tirare la corda. Del resto, senza giocatori non c’è spettacolo.

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