Sindrome dell’impostore

Io in linea di massima non ho paura di molte cose.

Da piccolo, per un periodo, per esempio, ho avuto paura che i ladri potessero entrare a casa.

I miei si erano appena separati, non che siano mai stati troppo a lungo insieme.

Ero piccolo, ignaro del fatto che difficilmente i ladri sarebbero saliti fino ad un settimo piano, ma avevo comunque tremendamente paura.

Allora, prima di addormentarmi, tornavo all’ingresso, per assicurarmi che la porta fosse chiusa per bene, che fossero inserite tutte le mandate.

E se malauguratamente non fosse stato così, allora le avrei date io, una ad una.

Poi sono cresciuto, e vuoi o non vuoi, davanti alle cose della vita, ho smesso di avere paura.

Non perché magari non le temessi, ma perché le vedevo, lì, concrete, tangibili.

E le ho sempre fatte piccole.

Piccole come me quando avevo paura che al settimo piano di un palazzo in centro salissero i ladri.

Quindi ho smesso in fretta di avere quelle paure da bambino, come il buio, i mostri, i fantasmi.

Ho smesso anche con le paure che hanno i grandi.

Tuttavia, nell’infinito sali e scendi dell’altalena del mia emotività, resta sempre una piccola paura, piccola e costante, un tinchettio fastidioso, come una zanzara infame che la notte non ti lascia dormire.

Ho paura che scopriate.

Ho paura che mi scopriate.

Ho paura che scopriate quella grande verità che vi tengo gelosamente nascosta da una vita.

Ho paura che scopriate che magari a scrivere, a pensare, a empatizzare, io non sia così bravo come vi mostro.

Perché io non credo di esserlo, ma mi sento protetto nel farvelo credere.

E sapete quando ho più paura?

Quando guardo il foglio, per ore, per mesi.

E resta bianco.

Bianco.

‘Ecco’ mi dico.

‘Ora ti sgamano.’

Realizzo che finalmente sarà davanti agli occhi di tutti che non so così tanto bravo, che quel castello di carte che ho costruito così minuziosamente, finalmente, con un soffio, possa cadere, come vuole il determinismo di ogni castello di carte che sia degno di questo nome.

Il foglio resta bianco e io sono inerme.

Io sono inerme e nel mentre un tarlo fa breccia nella mia testa e inizia a dirmi che fino ad adesso, tutto quello che ho scritto, tutto quello che ho progettato, non abbia mai avuto valore.

Che non sarò mai in grado di chiudere quel libro che mi ossessiona da anni.

Che il talento non è un merito e che io invece non merito niente.

Forse non merito niente perché sono lezioso, narciso nel riconoscere quello che so fare e consequenzialmente poco propendo a coltivarlo.

O forse perché sono un bluff.

Sì, un bluff.

Vi frego, tutti, da sempre.

Tutti i micro-successi che ho raccolto sono solo frutto di sporadici colpi di fortuna che hanno illuso tutti voi del fatto che io abbia talento, che io sia bravo.

Ma la verità è che io non mi ci sento bravo, semplicemente ho l’ossessione di dimostrarvelo.

E quando quel foglio è vuoto, quando l’horror vacui mi assale, ho solo la conferma ci quello che ho sempre pensato.

È una paura brutta, garantisco.

Di quelle che vi rende maniacali, perfezionisti.

La sindrome dell’impostore è un qualcosa che non si gestisce, a malapena si riconosce.

Ma ti mangia dentro quando inizia ad intaccare i capisaldi che ognuno di noi coniuga irrimediabilmente a sé stesso.

Perché ti fa sentire perennemente inadeguato, davanti a te stesso e davanti agli altri.

Ma guai che qualcuno se ne accorga.

Perché poi guardo quel foglio e mi accorgo che per quanto mi sforzi resta bianco.

Che quel talento, che ho sempre considerato estremamente mio, probabilmente non mi appartiene affatto.

Che forse è il caso di smettere con questa cazzata del fare lo scrittore.

Penso che ormai sono grande e che non posso continuare a vivere così male ogni volta che ho il blocco.

Penso che se smettessi allora non potreste più scoprirmi e che forse sarebbe il modo per fregarvi definitivamente, lasciandovi con una punta di incompiuto.

Penso che ho smesso già da tempo con le paure e che in realtà ho smesso anche con i sogni, e che anche questo piccolo ultimo sognettino potrei rimetterlo nel cassetto e lasciarlo lì, senza che mi disturbi più.

Poi penso e penso ancora e capisco che se continuo così allora non ha più senso niente.

Che sognare forse è una cosa più da grandi che da piccoli.

Che finché avrò qualche cartuccia da sparare, finché avrò qualche aneddoto su quanto fossi strano – e tendenzialmente sociopatico – da piccolo, forse è il caso di continuare.

Perché poi chi se ne fotte che mi scopriate, tanto alla fine ci freghiamo tutti da soli prima di farlo a vicenda.

Per ora mi tengo stretto il mio millantare la vittoria di uno Strega prima che di un Pulitzer quando sono sbronzo.

Il domani si vedrà.

Ora forse è il caso di fermarmi, credo di essermi dilungato.

Sapete com’è, quando non fai qualcosa per tanto tempo poi tendi ad esagerare.

Però ora davvero, basta, vi ho detto troppo.

Sia mai il caso che vi stia dando troppe informazioni.

Che poi magari mi sgamate.

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