Ancora per un po’

A mio nonno

Sono arrivata alla conclusione che alla vita ci si abitua.
Dopo un po’, ci si adatta a viverla, in tutte quelle montagne russe di eventi che accadono, senza le quali sarebbe tutto piatto.
Ed è bello, in fondo, abituarsi, cercare di trarre il meglio da tutto, provarci e riprovarci se non va.
E’ brutto, però, quando si crede che gli altri siano immortali. Ci si abitua alla presenza di qualcun altro, accanto a noi per tanti altri giri, a stringerci o a gioire con noi quando la tratta sembra un po’ più o meno faticosa. E si fa insieme. E si crede che lo si farà sempre.

Ed è così che sono stata, incredibilmente e ancora un po’ più sola, a sentire un’incorporea mancanza che invece richiedeva, esigeva un suo spazio, dopo parole dette che avevano un peso immane.
Ci si abitua al fatto che dopo tanti anni e dopo tanti eventi magari qualcuno è invincibile e la fine di tanti eventi fisiologici non è più dietro l’angolo: si è dimenticata, magari, di qualche persona. Ma alla fine era lì, ad aspettare il “giusto” momento.

E ho messo il maglione di mamma quando era giovane, il giorno dopo, quello che non le piace più ma che a me piace tantissimo, per illudermi di esserle ancora un po’ più vicina. Ho provato a vestirmi della sua tristezza, che è anche mia, provo a portare un po’ del suo peso con me, mi stringo forte il maglione addosso, che ha più anni di me e un’altra persona a cui apparteneva prima di me. E che ha visto nonno più di me.
Dove sono andata a finire, ad essere gelosa di un oggetto…

In più odio i convenevoli, i visi tristi, gente che ti stringe la mano e che ti fa discorsi profondi, io ho bisogno di tempo mio, della mia tristezza diluita nel tempo, necessito di momenti tutti miei per processare le cose.
E in questi momenti penso al fatto che non ci sarà una prossima corsa, neanche se dessi al tizio del “mio” luna park dei soldi più.
“Ancora un altro giro, ancora per un po’”.
Ancora per un po’.

Non mi piacciono le ultime volte.
L’ultima volta che sono andata a pattinare sono quasi caduta più volte, e mi sono aggrappata ai miei amici per paura di cadere.
Sarò strana ma tra l’ignoto e la consapevolezza di ciò che può accadere, quest’ultima è quella che mi spaventa di più.
Sapere che a cadere mi faccio male.
Ed è proprio questa presa di coscienza che mi spaventa.

Sarà che non gli ho mai davvero detto quando gli ho voluto bene, ma l’ho sempre dimostrato, perché in fondo in questo almeno eravamo simili, entrambi preferivamo essere, il fare, al dire. Di poche parole sincere ma pieni di gesti sinceri.

E rimango ferma davanti agli altri, io e il mio dolore, tornando bambina, nel bel mezzo di pensieri capricciosi, del volerlo ancora per un po’, per puro egoismo.
Ma forse va bene così, alla fine uno se la gestisce a modo suo.

Mi sono rimboccata le maniche e ho accolto a braccia aperte quella sofferenza, che ho ritrovato giusta, perché perdere una persona che ti ha visto crescere, che ti ha voluto bene, che ha vissuto una vita felice, piena di affetto e soddisfazioni, che ti ha visto un po’ realizzato, ha come continuazione logica il dolore, ma un dolore giusto.

Un cuore spezzato non è forse un cuore che ha voluto “troppo” bene?
È il giusto prezzo da pagare.
E quelle montagne russe dovranno essere affrontate comunque.

In fondo, ci vuole sempre tanto amore e coraggio per accettare il cambiamento, vero?
Forse più amore per chi non c’è più, più coraggio per chi rimane.

Ma nessuno mai potrà togliere i miei preziosi ricordi.
In cui nonno fa tutto quello che non può più fare, ma che in un passato ha fatto.
Così, almeno, lo farò rivivere con me ancora per un po’.

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