Conan il Barbaro

Un eroe politicamente scorretto

Il Novecento non ha prodotto solo consumismo e debito pubblico, ha dato i natali a grandi scrittori, interpreti del disagio insito nel loro tumultuoso tempo e nell’irrequietezza delle cose umane. Autore del libro del ventesimo secolo è stato J. R. R. Tolkien, autore de Il Signore degli Anelli, iniziatore del fantasy. L’eminente professore di filologia di Oxford fu demiurgo della Terra di Mezzo, del cupido anello e dell’omerica avventura del piccolo hobbit contro un male immenso, profondo e tenebroso come la notte senza luna. Per quanto Tolkien sia stato superbo e ancora oggi inarrivabile non fu l’unico sul palcoscenico. In ombra, ai margini della scena c’era Robert Ervin Howard (Peaster, 22 gennaio 1906 – Cross Plains, 11 giugno 1936), scrittore texano e padre del sottogenere chiamato sword and sorcery. I racconti di Howard si svolgono, in mondi immaginari assai lontani dal nostro, persi in un limbo tra antichità e medioevo. I personaggi che abitano quei luoghi sognanti sono tutti uomini forti e donne bellissime, tutti i problemi semplici e la vita tutta una sequela di avventure. I protagonisti visitano città scintillanti, piene di torri svettanti verso il cielo, deserti sconfinati e rovine antiche di eoni. Gli antagonisti sono oscuri stregoni che lanciano sinistri malefici da templi maledetti pieni zeppi di trappole e mostruosità, pirati senza scrupoli che solcano mari tempestosi a bordo di galere piene di schiavi, creature primigenie che attendono in agguato nelle giungle più profonde e oscure. Il destino degli uomini è sempre sul filo di un rasoio insanguinato, eroi dalla forza e dal coraggio soprannaturali combattono per conquistare prodigiosi tesori e sconfiggere il male più terribile.

Howard ci ha lasciato numerosi personaggi memorabili, ma tra questi spicca Conan il Barbaro, reso famoso nel 1982 dal film con Arnold Schwarzenegger.

Il poderoso barbaro uscito dalla macchina da scrivere dello scrittore texano vive nell’Era Hyboriana, un mondo originato a seguito di un Cataclisma, che ha determinato il regresso della civiltà, e il nostro mondo è derivato proprio da quello abitato da Conan.

Conan è un Cimmero. Ecco la descrizione di questo popolo: A Nord di Aquilonia, il regno hyboriano più occidentale, vi sono i Cimmeri, feroci e indomabili selvaggi, che però progrediscono rapidamente per i contatti avuti con i nemici nei ripetuti, e falliti, tentativi d’invasione. I Cimmeri sono i discendenti degli Atlantidi, e adesso progrediscono più in fretta dei loro atavici nemici, i Pitti, che abitano le lande selvagge a Occidente di Aquilonia.   

Discendenti diretti dell’antica civiltà, i Cimmeri sono dei selvaggi che piano piano si stanno civilizzando. Del resto, Conan sa adattarsi alla vita civilizzata, ma non è un uomo civile. Egli è possente, istintivo, deciso, pragmatico: una forza della natura, incontenibile nei vincoli della civilizzazione, è dotato di coraggio, incrollabile lealtà, generosità verso gli amici; ma, per il resto, è un mercenario gretto, volutamente incolto, che non esita di fronte al furto, alla rapina, all’assassinio. Nel corso delle sue vicende, saccheggia, distrugge, non riconosce nulla di sacro né di inviolabile. Non è l’archetipo del cavaliere, fedele a un’unica dama, ma cambia donna ad ogni storia.

Filo conduttore della serie di racconti, spesso incoerenti per volontà dell’autore, è l’incontro/scontro tra barbarie e civiltà.

Conan viene quasi sempre presentato come un mercenario che vende la spada al miglior offerente, come nel racconto, Oltre il fiume nero.

l’ultimo avamposto del mondo civilizzato è minacciato dall’avanzata dei selvaggi, i Pitti, guidati dallo stregone Zogar Sag. Conan qui si dimostra il punto d’incontro tra due opposti, da un lato, ci sono gli uomini civilizzati, figli della scienza e del progresso, incapaci però di spiegare la magia nera di Zogar Sag. Dall’altra, ci sono quelle che sembrano essere bestie, del tutto irrazionali e diaboliche.

In mezzo, il Cimmero, il quale:

Avrebbe potuto trascorrere anni nelle grandi città del mondo; avrebbe potuto camminare con i signori della civiltà; un giorno avrebbe persino potuto vedere avverarsi il suo folle sogno e governare come re su una nazione civile: erano accadute cose anche più strane. Però sarebbe sempre rimasto un barbaro. Si preoccupava solo dei semplici fondamenti della vita. La calda intimità delle piccole cose dolci, i sentimenti e le deliziose sciocchezze che formavano una così larga parte della vita degli uomini civilizzati, per il barbaro erano privi di significato. Un lupo non era meno lupo perché un capriccio del destino lo faceva correre insieme ai cani da guardia. Il massacro, la violenza e l’istinto selvaggio erano gli elementi naturali della vita che Conan conduceva; non poteva e non avrebbe mai capito le piccole cose che sono così care agli uomini e alle donne civili.

Le parole di Howard colpiscono. Non possiamo che essere rapiti dal fascino di Conan il Barbaro, dallo iato incolmabile tra noi presunti civili e lui. Figlio del tempo in cui è stato concepito, nel combattere i Pitti egli è animato da un profondo odio razziale e spesso si ritrova a fronteggiare cose al di là della sua immaginazione. La battaglia contro il malvagio Zagor Sag dimostra il formidabile peso della massima non c’è nulla nell’universo che il freddo acciaio non possa tagliare. È questa la natura del Barbaro applicata nel concreto, perché In una realtà turbolenta, bellica e sanguinaria si è limitati nelle proprie possibilità, troppe sono le incognite, una sola la certezza: essere sé stessi. E, in questo, come dimostrato dalle parole di uno dei personaggi, Conan non si smentisce mai:

“La barbarie è lo stato naturale dell’umanità”, disse l’uomo della frontiera guardando ancora seriamente il cimmero. “La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare”.

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