Di punto e in Blanco

Il festival di Sanremo, in fin dei conti, è come il McDonald: tutti lo schifano, ma alla fine è presente sulla bocca di chiunque. Ed io, da semplice italiano con un alibi in più per non studiare la sera, a mezzanotte ero proprio sintonizzato su Rai 1. E ne parlo.

Anche in questo caso, ero nel letto, semi dormiente (incredibile come i miei articoli inizino sempre dal letto, ma giuro di essere più attivo di ciò che sembra). Sarà stato Sergio Mattarella seduto in tribuna, il monologo di Roberto Benigni, o la riesumazione dei Pooh, ma – per la prima volta nella mia vita – ieri ero proprio felice davanti la televisione. Poi, a mezzanotte, appare Blanco, nome d’arte di Riccardo Fabbriconi. Anche lì ero felice, felice e curioso di ascoltare uno degli artisti che la scorsa estate mi ha fatto cantare i suoi singoli a squarciagola come una directioner ai tempi d’oro. Fari puntati in faccia, silenzio del pubblico, e parte la base della sua “L’isola delle Rose”. Saltella, sorride, stringe il microfono ma poi tira un calcio alle rose di contorno sul palco. Poi ci salta sopra, le prende e le scaraventa quasi vicino alla band. Ci cade anche; dopo, giustamente, si incazza di più e le strappa. Ero assonnato, e pensavo di essere andato in catalessi perdendomi prima la canzone. Alla fine, con non poca facilità lo ammetto, ho compreso non si trattasse di una scaletta, di una messa in scena, o di una programmazione ideata da Amadeus. 

Lo stesso conduttore, infatti, tutto sembrava tranne che fingere. Si sposta al centro del palcoscenico, ed è così confuso da scambiare Blanco per Salmo che, poco prima, si era esibito dalla nave Crociera sponsor – anch’essa – di questa edizione di Sanremo. “Cos’è successo?” chiede, quasi come un padre apprensivo, Amadeus. “Nulla, non sentivo l’audio in cuffia ma mi sono divertito comunque”, ha risposto Blanco. Alla replica del conduttore insieme ai fischi del pubblico, Riccardo continua a parlare di divertimento. Ebbene sì, parlo di Riccardo, non Blanco, perché dietro la giovane star c’è un ragazzo di 19 anni (ne compie 20 il 10 febbraio) che, ad uno dei festival culturali più importanti d’Italia, si è beccato immediatamente i vari “coglione” e “scemo” provenienti dagli spalti. D’altronde, noi italiani, siamo fatti così: appena notiamo qualcosa di diverso, di insolito, scatta l’indignazione seguita dagli insulti e dalla denigrazione. 

Dopo i fatti, Jessica Tua (flower stylist dell’artista), svela alla stampa che le rose posizionate sul palco andavano – effettivamente – oltre la semplice decorazione, in quanto Blanco avrebbe dovuto sdraiarcisi sopra come nel videoclip della canzone; dopo avrebbe dovuto – a sua discrezionalità – sferrare suun semplice calcio proprio come nella scena presente su YouTube. L’interazione, pertanto, era prevista, ma certamente non nei termini con i quali è stata messa in atto. 

“Chissà di che droga si è fatto questo prima di cantare”, è subito emerso da parte di adulti e ragazzi. Perché sì, se quel qualcosa che si fa è strano, chi agisce non può che far uso di sostanze stupefacenti. E sapete, fa un po’ male sentire ciò provenire da giovani ragazzi, coetanei dello stesso artista e che – quindi – dovrebbero avere una sensibilità più vicina all’accaduto; non necessariamente a favore, ma neanche alla completa reductio ad unum dei fatti. Ancora, “lui si diverte e intanto quelli dopo hanno dovuto pulire tutto”. Inutile, su quest’ultima pronuncia, interrogarsi più di tanto (gli uomini e le donne dello staff non sono lì anche per questo?).

Bisognerebbe riflettere, invece, sul perché di quella reazione, andando oltre la semplice bravata di un ragazzo ipoteticamente maleducato. “Blanco” è nato in pandemia, Riccardo nel 2003. A giugno 2020, infatti, dalla sua cameretta usciva su SoundCloudcon l’EP “Quarantine Paranoid”, facendosi notare dalla Universal Music sino a pubblicare, a luglio dello stesso anno, la celebre “Notti in bianco”. Insomma, dalla scrivania di casa che lo ha accompagnato per mesi, Blanco si è ritrovato direttamente catapultato a riempire stadi, teatri e piazze, senza passare prima dai classici lounge bar di paese dove – ad ascoltarti – venivano solo i tuoi genitori e gli alcolisti abituali. Sfido, pertanto, chiunque a saper gestire una fama da dischi di platino a 18 anni, da soli eprovenendo da un periodo storico psicologicamente instabile.Gestire viaggi, interviste e, soprattutto, lo stile di vita economico al quale si è soggetti, alla lunga risulta essere decisamente una dura palestra con la quale allenarsi. Gestire la pressione durante una prestazione sportiva, su un palco o in tv non è da tutti. Dedicare la propria vita agli altri rinunciando alla “normalità” non è da tutti e ha un prezzo. Sacrificare la propria adolescenza ad una passione sperando che questa possa ripagare, non è da tutti. E, con il carico di responsabilità e aspettative al quale ci si trova davanti, prendere a calci delle rose sembra anzi il minimo eseguibile; indipendentemente dall’educazione familiare. Certo, forse sarebbe bastato indicare una volta in più alla regia l’auricolare per evitare tutto il resto, aspettando una soluzione: ma chi avrebbe avuto la lucidità di farlo? Sicuramente un Gianni Morandi, che – seguendo questa scia – dopo la scena ne ha fatto la paternale con Amadeus. Ricordiamo, però, che lo stesso Morandi è in attività dal 1962: il sangue freddo, dopo 60 anni di musica, è quasi obbligatorio. 

Oltre l’aspetto psicologico, però, figura anche l’identità dell’artista. L’arte – in qualsiasi forma si palesi – rappresenta libertà di stile ed espressione per antonomasia e lui, Blanco, non nasce certamente come paroliere di musica classica. È eclettico, è il ragazzo che si è fatto fotografare nudo mentre corre e ne ha usato la foto come copertina di un singolo, è lo stesso che ha mangiato i fiori che aveva in testa come collana, il più giovane partecipante all’Eurovision ma che faceva le linguacce alle telecamere di tutta Europa. Strappare delle rose sul palco dell’Ariston “per divertimento” era davvero così imprevedibile e scandalosa come azione? Inoltre, per il medesimo sentimentoartistico, non era forse Jimi Hendrix che bruciò la sua chitarra al Finsbury Park di Londra? Nello stesso festival di Sanremo, nel 2001, Brian Molko de “I Placebo” non ruppe la sua chitarra contro una cassa? Achille Lauro, due anni fa, non indossava un collare di piume e piangeva sangue? 

“A vent’anni si è stupidi davvero”, cantava Guccini. È – anche – così. Eppure, le cazzate, se si fanno si fanno ora. Blanco èun’artista. È un giovane che sta avendo successo. Non infanghiamo una carriera sul nascere, confiniamo i fischi agli spalti e gli insulti ai deficienti che li hanno espressi. Si va avanti.  

 

N.d.R.: di Blanco conosco solo “Notti in bianco”. I miei cantanti preferiti sono Rino Gaetano, Pino Daniele e Fabrizio De André. Così, prima che mi tacciate di fanatismo. Un abbraccio e buon Fantasanremo.

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