Il gioco delle parti

Il bipolarismo che caratterizza la situazione politica delle ultime ore avanza sempre più evidente nei giorni dedicati all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Da lunedì 24 gennaio, si sono alternati nella scacchiera delle forze in gioco nomi, scelte e cambi di direzione. Le leadership appaiono in crisi e l’unità degli schieramenti governativi vacilla.

La settimana è iniziata con una polemica infuriata sui social, come si poteva facilmente prevedere, in merito ai nomi di Rocco Siffredi, Amadeus e Alberto Angela comparsi tra le schede del primo scrutinio. Eppure, dopo cinque giorni intensi, questa appare oramai come l’ultima delle problematiche. I leader propongono e i membri dei partiti non ascoltano. Si astengono, votano scheda bianca, puntano su altri protagonisti della politica italiana che, inevitabilmente, non raggiungono il numero minimo necessario. Il centrodestra, capitanato da Salvini, Meloni e Tajani (rispettivamente per “Lega”, “Fratelli d’Italia” e “Forza Italia”) si accorda, comunica nuovi nomi. La proposta non funziona, Salvini cambia idea e fa il “king- maker”. Il centrosinistra sostiene Casini, ma il quorum non viene raggiunto. Meloni vuole Draghi, in modo da eleggere un nuovo governo, ma Conte non ci sta. Casellati, presidente del Senato, invia un messaggio perentorio agli elettori: “Mi dovete votare”. I voti non bastano e Casellati diventa il “capro espiatorio” del centrodestra. Salvini, allora, afferma, insieme a Conte, di star lavorando per un presidente donna (Elisabetta Belloni, direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza; in poche parole, i servizi segreti). L’intesa sembra definita, finalmente. Nella notte, però, il vertice decide per il “Mattarella bis”. Meloni se la prende con Salvini, twitta che non vuole crederci e vota Nordio. Casini, dopo aver postato vecchi ricordi nostalgici sui suoi primi passi in politica, oltre all’immagine del tricolore, abbandona nella mattinata il sogno italiano e se ne tira fuori, accostandosi anche lui al sì a Mattarella, che, da parte sua, aveva rifiutato più volte la candidatura.

Il settimo scrutinio è in atto e gli interessi dei governatori prendono una strada differente da quella preannunciata. Mattarella sembra quasi una scelta di ripiego, per concludere un gioco che prosegue da troppo tempo e lascia il Paese privo di un riparo contro la complicata condizione nazionale attuale. Ci si chiede, al sesto giorno, cosa non abbia funzionato. Cosa ha indebolito le leadership e cosa non ha permesso di prendere delle decisioni certe e senza indugi? Meloni parla di egoismi personali, Renzi vanta orgoglioso la sua abilità, nel 2015, a vincere in due giorni il tiro alla fune per l’elezione di Mattarella, Draghi vede la replica del mandato del presidente uscente come la sola maniera per garantire la stabilità e il bene della nazione. In ogni caso, il governo ne esce provato. Già fragile in principio, viene indebolito dall’incapacità dei coordinatori politici di tenere unite le coalizioni. Gli italiani assistono, allibiti, allo spettacolo delle strategie- a quanto pare poco efficaci- tentate dai vari partiti. Ancora una volta delusi e con le spalle scoperte nell’occhio del ciclone.

                                                                                                                                         Chiara Trio

2 Responses

  1. Imparate dagli errori di noi “adulti” cosa vuol dire UNITÀ! Concetto oramai dimenticato a vantaggio di un IO che porta solo a debolezza!

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