Incubo

Incubo

L’altra notte nei vicoli ciechi del mio respiro, nei miei incubi mattutini, scalpitavi ininterrottamente, bussavi sull’uscio dei miei pensieri, seminavi fischiettii impercettibili. Ho dovuto aprirti.

Sono solita farlo sai, e sei solito farlo sai: minare il mio spazio mentale, a tratti quello vitale, solo per prendere posto, accucciarti in queste visceri poco definite e stenderti accanto alle mie congetture turbolente.

È un periodo in cui provo solo timore, cicatrici di un tempo che si schiudono come boccioli di rose, lacrime che scorrono via indisturbate.

Formicolano le mani, avverto uno stato di paralisi, e io non riesco più a respirare.

Spero di non averti fatto sentire sbagliato sai, in tutto questo tempo, nei suicidi dei miei stessi pensieri, nel voltarsi della mia stessa anima. Spero di averti salvato sai, in tutto questo tempo, dal mondo liquido a cui appartengo, da quella lucidità mentale che tanto mi riconosco ma che non sempre adotto.

Sono solita tradirmi.

Le mie parole non saranno mai le tue leggi universali.

Tenerti tra queste braccia è il mio personale salto nel vuoto, ho il petto che si espande, la gola che si contrae e sempre l’incubo di non poterti stare più accanto.

Ma come siamo complici noi.

Sono abituata a vedermi tutto fuggire, nel breve termine intendo, e spesso lo vedo anch’io questo capolinea. Questa linea sottile, invisibile, forse il più delle volte assente, il miraggio che ci sia, il
miraggio che si cela, quello che si palesa, lì difronte a me fa spegnere ogni mio tentativo di sentirmi amata.

Tu mi guardi e io penso che questo non accada. Forse la prima a non guardarsi più come un tempo è quella stessa immagine riflessa. Quella stessa che ormai cammina a braccetto con ‘il termine di paragone’.

Quando siamo nudi sembra quasi tu mi possa venerare.

Essere forti e sensibili è un paradosso che demolisce e vorrei mi gridassi in faccia più spesso questa non riconoscenza che porto dentro, questa lotta ingiustificata contro i mali del globo che partorisco come mocciosi da tenere sulle spalle.

Ma tu non mi vuoi gridare. Ed io da sola non lo so fare.

Alle volte credo di non appartenerti: è una vile e sottile arte quella dell’auto sabotaggio.

Ma si annulla il resto, quando bussi di nuovo sull’uscio dei miei pensieri, quando l’ologramma del tuo cuore si fa sempre più vivo e palpabile. E mi ricordo che alla fine tu sopporti tutti questi nervi scoperti e io mi ricordo alla fine che dovrei farmi meno domande.

Poi ti guardo, ti vedo con un dolcevita nero, una giacca e quei sorrisi che doni a chi ti parla.

Ti vedo uomo.
Vuoi venire a cena da me stasera?

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